TORINO – Il confronto tra intelligenza artificiale e cervello umano è generalmente viziato da un equivoco di fondo: non riguarda l’intelligenza, né la comprensione. Riguarda la coscienza. Ovvero la capacità di fare esperienza e, quindi, di attribuire significato.
È il punto centrale del ragionamento sviluppato da Giorgio Vallortigara durante un intervento alla Biennale Tecnologia di Torino 2026, dove ha affrontato il nodo spesso confuso del rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza biologica.

La critica: solo manipolazione di simboli

Il dibattito parte da una critica nota, quella formulata da Noam Chomsky: i modelli di AI sarebbero semplici motori statistici, incapaci di vera comprensione. La critica trova un’argomentazione ulteriore nell’esperimento mentale della “stanza cinese” di John Searle: un uomo chiuso in una stanza con manuali di istruzioni riceve un foglio con una domanda in cinese e, seguendo le regole del manuale, associa simboli ad altri simboli e restituisce una risposta apparentemente sensata. Chi è fuori può credere che dentro ci sia qualcuno che conosce il cinese; in realtà è avvenuta solo manipolazione di simboli, senza comprensione. La critica all’AI è appunto questa: un sistema che produce risposte corrette senza attribuire loro significato.

Vallortigara non respinge il problema, ma ne sposta il fuoco in modo radicale: questo limite non riguarda solo le macchine.

Ma anche il cervello umano funziona così

Gran parte dell’attività del cervello umano funziona nello stesso modo: processi funzionalmente simili alla manipolazione di simboli, riconoscimento di pattern, produzione di risposte corrette senza accesso cosciente. È una tesi sostenuta da un’ampia evidenza sperimentale. Nei paradigmi di psicofisica, ad esempio, soggetti eseguono operazioni aritmetiche senza essere consapevoli degli stimoli che le innescano — un fenomeno documentato e discusso in letteratura come inconscio cognitivo. Ancora più netto è il caso della “blindsight”: pazienti con gravi lesioni al cervello che dichiarano di non vedere nulla, ma si muovono con precisione nello spazio evitando gli ostacoli lungo il percorso (Weiskrantz, Blindsight: A Case Study and Its Implications, Oxford University Press, 1986).

Il significato nasce dal corpo, non dalle frasi

Il cervello produce risposte appropriate ben oltre ciò di cui siamo consapevoli. Lo stesso vale già a livelli evolutivamente più semplici. Nei pulcini appena nati — privi di esperienza visiva — sono presenti neuroni selettivi per configurazioni facciali: è quanto dimostrato da Vallortigara e colleghi in una serie di studi sperimentali (cfr. Rosa Salva, Regolin, Vallortigara, Faces are special for newly hatched chicks, “Developmental Science”, 2010). Nel sistema visivo di animali e umani, esistono circuiti che rispondono a caratteristiche specifiche del mondo: orientamenti, movimenti, volti, numerosità. Sono marcatori di significato che emergono non da consapevolezza né da istruzioni apprese, ma da strutture biologiche preconfigurate che selezionano ciò che, per l’organismo, è rilevante nell’ambiente.

In sintesi: già prima di qualsiasi apprendimento consapevole, il cervello distingue ciò che è rilevante da ciò che non lo è. Questa selettività è la forma più elementare di significato. Questa architettura suggerisce che il “significato”, nel cervello, nasce da relazioni con il mondo filtrate da un organismo. Il punto decisivo è qui: per un sistema biologico, qualcosa ha significato perché “conta”, perché è utile o dannoso, perché si lega a stati corporei.

È questo passaggio che separa l’elaborazione dall’esperienza. Un modello linguistico come ChatGPT, di fronte alla frase “questo vino sa di tappo”, la mette in relazione con altre frasi e compone un testo statisticamente coerente. Un essere umano la collega a una sensazione gustativa, a una reazione corporea. Il significato non emerge da relazioni tra frasi come avviene nei modelli linguistici, ma nell’interazione tra corpo e ambiente.

Coscienza e vita: un’organizzazione che si auto-mantiene

Da qui la tesi più forte di Vallortigara: la coscienza non è un’estensione dell’intelligenza, ma una dimensione distinta, probabilmente radicata nella natura stessa dei sistemi viventi. Il neuroscienziato richiama in questo senso il lavoro del biologo teorico Robert Rosen, in particolare il suo testo principale (Life Itself: A Comprehensive Inquiry into the Nature, Origin, and Fabrication of Life, Columbia University Press, 1991). Gli organismi non sono semplici macchine input-output: sono sistemi chiusi rispetto alla causalità, capaci di mantenere e riparare se stessi. In essi, hardware e software non sono separabili come nei sistemi artificiali. Questa organizzazione — metabolismo, vulnerabilità, finitudine — è ciò che rende possibile una forma di esperienza.

Le macchine, invece, restano sistemi aperti, dipendenti da istruzioni esterne. Possono essere estremamente performanti, ma non incarnano quel tipo di organizzazione. Il risultato è un ribaltamento del problema: la questione non è se l’intelligenza artificiale sia davvero intelligente, ma se possa mai diventare cosciente.

La vera frontiera: non l’efficienza, ma l’esperienza

E questo apre un piano completamente diverso, non solo scientifico ma anche etico. Se fosse possibile costruire sistemi capaci di esperienza — di provare dolore o piacere — allora non avremmo semplicemente nuove tecnologie, ma nuovi soggetti morali. Entità verso cui avremmo doveri. La questione è ambivalente: costruire coscienza artificiale potrebbe significare aumentare la quantità di sofferenza nel mondo, ma anche generare nuove forme di esperienza positiva che oggi non riusciamo neppure a concepire. La vera frontiera non è quindi l’efficienza degli algoritmi, ma la possibilità di generare esperienza. E finché manca il corpo, manca tutto il resto.

* Giorgio Vallortigara è professore di Neuroscienze presso il Centre for Mind/Brain Sciences dell’Università di Trento, di cui è stato anche direttore. È stato Adjunct Professor presso la School of Biological, Biomedical and Molecular Sciences dell’Università del New England, in Australia.

Il triangolo semiotico citato nel talk fa riferimento alla formulazione di C.K. Ogden e I.A. Richards nel loro The Meaning of Meaning (1923), che riprendeva e sistematizzava concetti precedenti di C.S. Peirce.

Luca Ferraiuolo

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