Contrapposto al modello che vede negli arsenali e nelle strategie di guerra il pilastro centrale della difesa degli Stati, c’è quello che va alla sostanza del reale potere nelle relazioni internazionali: l’economia. La difesa non armata, ma sviluppata sui tavoli della diplomazia e dello sviluppo economico, è quella da perseguire, con trasparenza; la difesa basata sulle armi è invece, sostanzialmente, tragica speculazione a danno di persone e paesi. E’ in sintesi il pensiero di Anna Fasano, presidente di Banca Etica. A fine febbraio, Banca Etica insieme a Etica Sgr hanno ospitato a Padova e Milano i leader delle banche etiche di tutto il mondo per il “16° Meeting annuale della Global Alliance for Banking on Values – Gabv”, network di 72 istituti finanziari che gestiscono complessivamente asset per oltre 210 miliardi di euro.

“Ci viene detto che la guerra in questo momento si giochi solo sul fronte fisico delle armi, arma contro arma. Che la difesa è una questione di arsenali. Ma sottostante il perché nascono le guerre ci sono motivi politici, ma soprattutto ci sono motivi economici. E quelli sono i tavoli a cui va portata la discussione, lì vanno spese risorse, lì vanno spese energie, e non sulla minaccia e sulla paura che qualcuno possa privare un popolo dei suoi diritti, e aggredirlo – ha detto ad askanews la presidente di Banca Etica a margine di una sessione di lavoro della Gabv – La Storia ci dice che la guerra non porta ad alcun reale vincitore. I tavoli economici sono i tavoli del potere. La finanza dunque ha un ruolo importante, la finanza può operare scelte per cambiare prospettive e comportamenti. Noi pensiamo che il nostro appello debba essere di stimolo e di riflessione alle tante organizzazioni finanziarie: la finanza in poco tempo e con le grandi masse potrebbero veramente fare la differenza nei diversi scenari”.

L’appello al quale si riferisce Anna Fasano è il “Manifesto per una finanza di Pace” che condanna la violenza, sollecita le istituzioni finanziarie tradizionali a disinvestire dal settore delle armi, e rifiuta l’ipotesi che il finanziamento armamenti rientri nella definizione di finanziamento “sostenibile”. Il “Manifesto per una finanza di Pace” è stata diffuso nell’ambito dei lavori della Gabv.

“Con questo Manifesto 72 banche che provengono da 45 paesi dichiarano all’unanimità che non solo all’interno delle loro organizzazioni rifiutano finanziamenti ed investimenti nell’industria degli armi, ma che vogliono promuovere un’economia e una finanza di pace contaminando anche il resto del mercato finanziario – spiega Fasano – Possiamo farlo inserendo dei criteri chiari nel nostro operare. Non solo promuovendo un’economia di pace, quindi finanziando e aiutando a far crescere tutto ciò che non distrugge il pianeta e le comunità; ma anche escludendo da quelle che sono le attività inserite nei nostri portafogli il settore controverso, ovvero la produzione, l’esportazione e tutto ciò che attiene alla filiera degli armamenti: non si concede credito, non si investe nelle società che sono di questa filiera. Bisogna avere dei parametri, degli indicatori, dei criteri che possono far parte della ‘tassonomia sociale’. Ad esempio adesso in Europa ora si sta mettendo in discussione il fatto che ‘sociale’ possa voler dire anche ‘armi’”.

Ma proprio in queste settimane si moltiplicano anche le prese di posizione e le istanze sia politiche sia istituzionali, e livello degli Stati come a livello Comunitario, che vanno in direzione opposta e chiedono più armi e più risorse economiche per la difesa. Come venirne a capo e come, anche il semplice cittadino e risparmiatore può capire e scegliere dove orientare le proprie risorse?

“Per capire che cosa è a favore di una finanza di pace cosa invece alimenta una finanza di guerra bisogna distinguere quella che è la volontà della difesa pacifica dalla volontà della difesa armata – risponde la presidente di Banca Etica – La difesa non è solo armata, e questo è che noi cerchiamo di mettere al centro anche della nostra Dichiarazione. La difesa armata alimenta quell’industria bellica che ha fatto più profitti in questi ultimi due o tre anni che negli ultimi 15 anni. Questo alimenta solo la speculazione dei prezzi delle armi. C’è un’economia della distruzione poi, dopo, ci sarà una economia della ricostruzione: ci si guadagna due volte dalle guerre. Peccato che però dalle guerre nessuno esca veramente vincitore. Dopo aver distrutto paesi e ucciso persone l’unica indicazione che la storia ci riconsegna è che le guerre si sanano ai tavoli della diplomazia e non certo con le armi”.